Il conosci "te stesso" socratico avrebbe potuto dare origine soltanto a dei soliloqui se non avesse implicato la necessità della conoscenza dell'altro. L'altro è inteso come ogni essere umano al di fuori di sè stessi, e ciò che serve per la conoscenza di se stessi vale anche per quello che riguarda la conoscenza dell'altro. L'individuo conosciuto solo in quanto elemento di un gruppo o di un insieme di persone, non è vera e propria conoscenza, così come la conoscenza di un individuo non si può ridurre alla conoscenza di un insieme di ruoli o come punto d'incontro di differenti rapporti sociali. Dell'essere umano che per semplicità chiamo altro, ne possiamo conoscere il volto, l'aspetto fisico o magari il nome, ma questo non è sufficiente per poter dire di conoscerlo. Certamente nella vita pratica è necessario identificare le persone, sono esigenze che nessuna società può trascurare, ma questa tendenza non può classificare nessuno. I nomi sono come le maschere, rendono l'altro un anonimo portatore di simboli, ma al tempo stesso sono importanti perchè servono a indicare ciò che più conta per la società. Così anche il corpo è solo un semplice involucro, ciò che è visibile dell'altro, ma non è l'altro, come ognuno di noi non è solo il proprio aspetto. A seconda delle diverse concezioni, la personalità, lo spirito, l'aspetto psicologico, il carattere, che svolgono un importante elemento di individuazione, sembrano non avere molta importanza e ciò equivale a interpretare male o superficialmente o rendere impossibile la conoscenza dell'altro, tanto da non poterne cogliere la più profonda essenza. Non è riuscendo a sollevare i veli per scoprire il volto che potremo conoscere meglio un nostro simile. Per quello che mi riguarda, penso che la conoscenza di un altro essere umano, avvenga quando si riesce ad individuare ciò che la persona in questione possiede di caratteristico, di diverso o se vogliamo unico, a scoprire gli impulsi del suo carattere al di là del ruolo sociale che interpreta. Trascurare tutto ciò che è unico, individuale, singolare, caratteristico, e convogliare l'esistenza in un insieme omogeneo in cui ogni elemento rappresenta la riproduzione di un archetipo, induce a mascherare l'individuo per sostituirlo con i simboli dei ruoli sociali, arrivando persino a vedere ciò che dovrebbe essere e non ciò che realmente è.
Forse non interessa a nessuno riuscire veramente a conoscere gli altri oltre la superficie, ma non dimenticate che per gli altri, l'altro siete voi.
Parole e pensieri in libertà.Non solo parole è il mio modo di essere,il mio stile.Benvenuti nel mio blog.
agosto 29, 2015
agosto 28, 2015
Convinzioni
Riuscire a dare un giudizio obiettivo su sè stessi è difficile, le persone non sono quasi mai in grado di giudicare correttamente sè stessi. Le persone di grandi capacità spesso si stimano troppo poco mentre gli incompetenti si sovrastimano. Troppa autostima ha come conseguenza un eccessiva fiducia di sè che spesso sconfina in una forma di aggressività. Gli incompetenti sono di solito i più sicuri di sè, quelli che non sanno sono i più certi della loro conoscenza, ed anche se messi di fronte alla illogicità delle loro affermazioni tendono a difendere la loro posizione senza considerare possibilità di loro errori. Una persona veramente competente ed esperta invece, tende di solito a giudicarsi molto più severamente rispetto ad un incapace. Difficilmente soddisfatta di sè, pensa sempre di poter far meglio e non si sente speciale rispetto ad altri, percependosi meno brava di quello che è in realtà. E' dimostrato come sia complicato avere un autogiudizio obiettivo, siamo sicuramente migliori a giudicare il comportamento degli altri rispetto al nostro, e questo vale per ogni persona, nessuno escluso. In linea di massima, sono le difficoltà a riconoscere le proprie incompetenze che porta a un giudizio esagerato di sè. I mediocri non si spaventano per un giudizio negativo, attribuendo ad altri quello che invece è una loro mancanza, un loro limite, a differenza dei saggi, di coloro che sono più competenti, che la prima cosa che fanno è cercare in sè stessi e chiedersi cosa hanno sbagliato, così da potersi migliorare. In conclusione, quelli che sanno di meno, convinti di saper far tutto, sono sicuri di sè, quelli che invece sono più sapienti sono convinti di avere sempre molto da imparare e non si sentono superiori a nessuno anzi, spesso pensano che gli altri siano più bravi di loro.
agosto 18, 2015
Paura
La paura è una reazione ad una precisa minaccia al nostro benessere, una reazione ad una situazione reale, ed è come un sistema d'allarme complicato, ma se ben compreso può diventare una forza perchè ci permette di reagire ad essa. La mancata reazione alla paura è quindi un handicap, così come arrendersi ad essa, subirla, perchè sarebbe come lasciarsi andare alla deriva. Dentro di noi esiste la capacità di reagire, impedendo che la paura possa interferire sulle nostre condizioni fisiche e mentali, sulle nostre scelte, perchè se non si reagisce, può diventare perfino una forma di speculazione. La paura dovrebbe essere affrontata non appena si presenta perchè essa si sviluppa nella mente di chi non vuole ammetterla. Parlarne quindi ha l'effetto di diminuire le nostre paure, senza però cercare di trovare conforto in quelle altrui. Non può consolarci sapere che le paure di qualcuno sono simili alle nostre. Il fatto di parlarne con qualcuno che possa capire, ci può far sentire meglio e magari ci aiuta ad affrontarle, ma non bisogna confondere il coraggio con la paura, spesso è un forma per nasconderla. Non c'è da vergognarsi, capita a tutti di avere paura, anche a coloro che non lo ammetterebbero mai, ma non è la paura che dovremmo temere, ma la mancata reazione ad essa. La paura può quindi assumere forme diverse, può diventare persino una malattia o una forza capace di alterare il destino di tutti coloro che ad essa reagiscono ed in questo senso si può dire che è benefica. Reagendo alla paura possiamo scampare ad un pericolo, possiamo cambiare abitudini sbagliate e spesso migliorarci. La paura non è altro che un emozione ed è per la mente come il dolore fisico è per il corpo. Il dolore, in caso di malattia, ci aiuta a localizzare il male permettendoci di curarlo, allo stesso modo la paura ci avvisa che qualcosa non funziona come dovrebbe, permettendoci di reagire. Quante persone vivono tutta la vita ad aver paura e considerano la gioia e la felicità come cose troppo preziose per potersele permettere, nella loro vita così non riescono a trovare il loro diritto ad essere lieti, a godere dei momenti di pace, di divertimento o di gioia. Ci sono anche quelli che vivono nel timore costante che la loro esistenza possa variare, quindi preferiscono l'immobilismo alla possibilità di cambiare, magari anche in meglio, ma variare implica la necessità di prendere nuove decisioni e di accettare nuove responsabilità. La paura di restare soli può farci fare scelte sbagliate, accontentarsi di un qualcuno pur che sia, la paura di essere malati o di invecchiare può farci già sentire malati o vecchi, la paura di sbagliare crea immobilismo, la paura di soffrire è già sofferenza. E' sciocco supporre che la vita sia solo un succedersi di cose belle e piacevoli ma è altrettanto sciocco pensare di non meritare di meglio o che la felicità sia riservata a qualcuno e non ad altri. La paura nasce dall'ignoto, trae nutrimento dall'incertezza, ma benchè la vita stessa sia incerta, la paura non deve essere il prezzo che si paga per vivere.
luglio 24, 2015
Tempo libero
Tutti abbiamo bisogno di sospendere,ogni tanto,ognuno le proprie occupazioni,necessitando però qualcosa di più del semplice tempo libero. Se avessimo solo bisogno di rilassarci, probabilmente si impiegherebbe il tempo in cui non siamo occupati in qualche attività lavorativa a riposare, a dormire, ma in questi termini non possiamo definirlo tempo libero. Molti infatti, sono quelli che occupano una buona parte del loro tempo, che non è dedicato al lavoro o alla famiglia o qualsiasi altra occupazione, ad una attività fisica o mentale, che varia da quelle un pò meno faticose a quelle estremamente faticose ed altre che non richiedono quasi nessuno sforzo. Attività quindi, che possono essere stimolanti o riposanti, ma che ugualmente si possono definire ricreative, cioè che per noi sono divertenti. La forma più ricreativa di tutte è il gioco, inteso come un attività che ci procura piacere senza che miri esclusivamente a un risultato finale. Naturalmente, una volta che il gioco cessa di essere un divertimento non è più un gioco, diventa un lavoro e in alcuni casi estremi, una vera e propria malattia. Esistono giochi di abilità, in cui la possibilità di competere con altri sono infinite, sia che si tratti di esercizi fisici, sportivi o di prove mentali, ed è l'abilità di ognuno che decide in gran parte il risultato. Niente a che vedere con i giochi d'azzardo in cui si compete per lo più con la fortuna, anche se rientra un elemento di abilità che però è sempre marginale. Nei giochi d'azzardo l'elemento predominate è il rischio, proprio ciò che a qualcuno li rende eccitanti, ma è un pò come giocare alla roulette russa, anche se non così pazzesco e pericoloso. Una delle ragioni per cui il gioco è divertimento, consiste nel fatto che è diverso dalle altre attività per quel suo elemento di incertezza, nel sapere se riusciremo o no. L'incertezza è altrettanto importante anche nelle gare sportive, stravincere non diverte, sia per coloro che competono che per gli spettatori. Ecco perchè nessuno può soffrire quelli che non stanno alle regole, tolgono al sapore del gioco tutto il suo piacere. Specialmente lo sport, è un gioco in cui non sono ammessi giochetti.
Piacere lo si prova anche a teatro o al cinema oppure guardando uno spettacolo, ascoltando un concerto, mentre ad altri piace di più essere protagonisti invece che spettatori, quindi piace recitare in teatro, ballare, cantare, dipingere, fare musica, scrivere, fare arte in generale, estraniandosi dal proprio quotidiano e rifugiandosi in un mondo che provoca sensazioni tanto forti da riuscire a trasformare il nostro solito comportamento riservato e composto per essere liberi di esprimerci. Gli interessi di ciascuno di noi possono quindi essere di diversa origine, da quelli fisici, in cui si collocano attività varie come lo sport, le passeggiate o le gite, ove si riscontra un bisogno di esercizio fisico al quale talvolta si aggiungono altri tipi di soddisfazione, come la contemplazione del paesaggio, della natura, la socializzazione o il bisogno di quiete e silenzio, ma ci sono anche interessi che si possono definire pratici o quelli estetici, intellettuali oppure sociali. Un interesse di tipo pratico è ad esempio coltivare un orticello o fare giardinaggio, in cui c'è un desiderio di abbellimento ma anche di creazione, forse motivato da una reazione davanti alla civiltà del cemento. Gli interessi estetici appartengono invece ad un campo essenzialmente costituito dai sentimenti, dalle emozioni e da rappresentazioni in cui l'aspetto razionale subisce una trasposizione. Tra questi ci sono l'arte, quindi il teatro, cinema, concerti, letteratura e ogni forma artistica,. Gli interessi intellettuali sono suscitati invece da una sete di conoscenza che si esprime nella lettura dei giornali o nell'ascolto delle notizie, nello studio, nella ricerca, e nascono dal bisogno di indirizzarsi verso il reale. Infine, gli interessi sociali, sono determinati da un bisogno di relazione che si attua ad esempio con la frequentazione dei caffè e di tutti i luoghi d'incontro. Qualsiasi sia la cosa che ci piace fare, il tempo libero, come dice la parola, è liberazione. Liberazioni dagli obblighi del lavoro, dai legami della professione o da quelli che ci impone la famiglia, e da ogni tipo di imposizione, sappiamo infatti che nella misura in cui un attività diviene obbligatoria, non è più configurabile come tempo libero. Ma il tempo libero è anche liberazione da se stessi e un disinteressamento dell'aspetto economico di quelle attività a cui dedichiamo in nostro tempo libero, perchè se esistesse un profitto diventerebbe un lavoro e quando una passione si trasforma in lavoro, il suo scopo principale è il guadagno. Se pur fare un lavoro che ci piace sarebbe di per se stesso una fortuna, in questi termini verrebbe meno la caratteristica principale del tempo libero e quindi non più soddisfare noi stessi ma un eventuale e ipotetico acquirente.
Il tempo libero viene quindi utilizzato in funzione degli interessi che abbiamo, da ciò che ci piace fare, ci diverte, senza nessun obbligo, e questa soddisfazione corrisponde ad uno stato nel quale vengono rimosse tutte le tensioni, le contrarietà e ci fa stare bene.
Piacere lo si prova anche a teatro o al cinema oppure guardando uno spettacolo, ascoltando un concerto, mentre ad altri piace di più essere protagonisti invece che spettatori, quindi piace recitare in teatro, ballare, cantare, dipingere, fare musica, scrivere, fare arte in generale, estraniandosi dal proprio quotidiano e rifugiandosi in un mondo che provoca sensazioni tanto forti da riuscire a trasformare il nostro solito comportamento riservato e composto per essere liberi di esprimerci. Gli interessi di ciascuno di noi possono quindi essere di diversa origine, da quelli fisici, in cui si collocano attività varie come lo sport, le passeggiate o le gite, ove si riscontra un bisogno di esercizio fisico al quale talvolta si aggiungono altri tipi di soddisfazione, come la contemplazione del paesaggio, della natura, la socializzazione o il bisogno di quiete e silenzio, ma ci sono anche interessi che si possono definire pratici o quelli estetici, intellettuali oppure sociali. Un interesse di tipo pratico è ad esempio coltivare un orticello o fare giardinaggio, in cui c'è un desiderio di abbellimento ma anche di creazione, forse motivato da una reazione davanti alla civiltà del cemento. Gli interessi estetici appartengono invece ad un campo essenzialmente costituito dai sentimenti, dalle emozioni e da rappresentazioni in cui l'aspetto razionale subisce una trasposizione. Tra questi ci sono l'arte, quindi il teatro, cinema, concerti, letteratura e ogni forma artistica,. Gli interessi intellettuali sono suscitati invece da una sete di conoscenza che si esprime nella lettura dei giornali o nell'ascolto delle notizie, nello studio, nella ricerca, e nascono dal bisogno di indirizzarsi verso il reale. Infine, gli interessi sociali, sono determinati da un bisogno di relazione che si attua ad esempio con la frequentazione dei caffè e di tutti i luoghi d'incontro. Qualsiasi sia la cosa che ci piace fare, il tempo libero, come dice la parola, è liberazione. Liberazioni dagli obblighi del lavoro, dai legami della professione o da quelli che ci impone la famiglia, e da ogni tipo di imposizione, sappiamo infatti che nella misura in cui un attività diviene obbligatoria, non è più configurabile come tempo libero. Ma il tempo libero è anche liberazione da se stessi e un disinteressamento dell'aspetto economico di quelle attività a cui dedichiamo in nostro tempo libero, perchè se esistesse un profitto diventerebbe un lavoro e quando una passione si trasforma in lavoro, il suo scopo principale è il guadagno. Se pur fare un lavoro che ci piace sarebbe di per se stesso una fortuna, in questi termini verrebbe meno la caratteristica principale del tempo libero e quindi non più soddisfare noi stessi ma un eventuale e ipotetico acquirente.
Il tempo libero viene quindi utilizzato in funzione degli interessi che abbiamo, da ciò che ci piace fare, ci diverte, senza nessun obbligo, e questa soddisfazione corrisponde ad uno stato nel quale vengono rimosse tutte le tensioni, le contrarietà e ci fa stare bene.
luglio 14, 2015
Non sono solo parole
Chi dice che le parole non sono importanti non sà quello che dice. Ci sono parole capaci di cambiare un momento, a volte possono cambiarci la giornata o perfino la vita. Pensate all'emozione provata nell'udire la prima parola pronunciata da vostro figlio, al "ti amo" detto dal vostro amore oppure come un semplice "si" o "no" possa cambiarci l'esistenza. Le parole possono anche alleviare le ferite, ferite invisibili ma non meno importanti di quelle che si possono curare solo con delle bende, ma allo stesso modo possono anche infliggerne di profonde e spesso dipende dalla persona che pronuncia quelle parole, da quanto sia importante per noi, in che maniera e circostanza vengono pronunciate. Lo stesso "ti voglio bene" o "ti amo" detto da qualcuno di cui non ne ricambiamo il sentimento, pur lusingandoci, non avrà lo stesso effetto se a pronunciarlo è invece la persona dalla quale speravamo di sentirlo dire. Allo stesso modo, una malaparola non ci lascerà di sicuro indifferenti, ma l'offesa sarà maggiore a seconda dell'importanza che per noi ha la persona da cui essa proviene. Qualcuno di cui ci importa poco o niente, difficilmente arriverà davvero a ferirci, perchè il dispiacere, così come la gioia, è direttamente proporzionale all'intensità dei sentimenti provati nei confronti di chi ce lo procura. Le parole quindi, possono unire le persone ma anche allontanarle, possono accorciare le distanze o estenderle fino all'inverosimile, portare pace o scatenare guerre, sanare ferite o creare solchi profondi e indelebili. Le parole però, acquisiscono valore solo se a queste seguono i fatti corrispondenti, a testimonianza della veridicità delle stesse. Così, non puoi dire a qualcuno "ti voglio bene" se poi ti disinteressi o ti comporti in malomodo, perchè non sei credibile. Ugualmente, se vuoi davvero bene a qualcuno, devi farglielo sapere, perchè oltre al comportamento, c'è bisogno di sentirselo dire. Le nostre parole rafforzano i nostri comportamenti ma non possono essere da esse sostituiti, così come le nostre azioni accompagnate dalle parole, avranno maggior significato. Ci sono anche delle parole non dette che poi diventeranno pesanti da portare per chi non le ha pronunciate, pesanti come un macigno, e diventeranno rammarico da parti di chi invece avrebbe voluto sentirle. Ma se si deve parlare a sproposito, è meglio stare zitti, i silenzi sono importanti quanto le parole,perchè come in tutte le cose, la grandezza stà nel sapiente impiego di cose contrapposte.
luglio 06, 2015
Tutto scorre
Volersi bene è indispensabile, perchè avere una buona autostima è fondamentale per amare gli altri e saperli apprezzare. Ma c'è molta differenza tra la consapevolezza e l'ossessione per l'immagine che si vuol dare di sè stessi che spesso sconfina in una forma di narcisismo. Mettendo da parte la malattia, perchè il narcisismo vero e proprio è un disturbo psichico,l'autocompiacimento narcisistico và oltre il voler fare una bella figura, sentirci bene con noi stessi e quindi curare il nostro aspetto. Il narcisista è insensibile ed egoista ed è incapace di amare gli altri perchè è concentrato solo su sè stesso. Convinto di bastarsi è però ossessionato dall'attenzione degli altri,dal proprio aspetto fisico, da tutto ciò che è apparire. Sfugge dai rapporti seri e tutto diventa usa e getta. Sicuro di sè è però incapace di reagire alla prima difficoltà che incontra, perchè la sua autostima è fondata sul nulla. Di persone così purtroppo oggi ce ne sono molte, più di quello che credete, perchè quella di oggi è una generazione sempre più narcisistica, generazione "me". Le origini di tutto questo vanno ricercate proprio nelle contraddizioni della nostra epoca, in cui i diritti ci vengono negati mentre molti pretendono di far diventare diritto, ciò che è invece una conquista. E' l'epoca in cui conta di più il consumo che il lavoro, in cui non conta più l'impegno, la capacità, ma il godimento, dove si mette in mostra se stessi come se fosse uno dei tanti prodotti di una società di massa ormai omologata. Da tutto questo nasce l'ossessione per l'aspetto fisico, l'apparire ad ogni costo non per le proprie capacità, l'essere talmente concentrati su se stessi che persino i rapporti vengono vissuti con disimpegno. Il narcisismo dilaga anche sui social network con la fotografia fatta a sè stessi, il selfie, che nasce per condividere i momenti belli, forse per divertirsi, e sotto questo aspetto è un evoluzione della comunicazione, ma c'è sempre di più lo scatto super-narcisistico che non ci risparmia niente. Da quello dissacrante a quello hot, dal celebrativo al culturale, estroso o spericolato. Lo fanno i politici, i potenti ed i vip, ma anche democraticamente i signor nessuno. Il risultato è un diffuso senso di indifferenza a tutto, in molti casi anche di solitudine, perchè invece di partire dal web per cercare contatti nella vita reale, di utilizzare la rete, si lasciano usare da essa così da diventarne dipendenti. Magari hanno mille amici sui social e nessuno con cui uscire, sempre chini sui loro telefonini di ultima generazione,perchè non possono certo farsi mancare lo status symbol, però incapaci di parlare con il vicino che gli siede accanto. Questa è l'epoca in cui non ci sono più certezze e tutto deve essere consumato in fretta, tutto scorre, diventa fluido, merce su scala globale. Per qualcuno invece, concentrarsi su sè stessi non è narcisismo, ma è l'esigenza di costruire la propria identità in un mondo in cui tutto è omologazione, allora ci si arrangia come si può, non si sta sempre incollati davanti ad uno schermo o con il cellulare in mano, ci si impegna in prima persona, ci si muove, si cercano contatti tra coloro che abbiano voglia di costruire qualcosa. Quello che però dovremmo recuperare è il senso di appartenenza, promuovere gli incontri, una nuova cultura, scambiarci le idee, coinvolgere le persone senza che siano solo spettatori inerti, promuovere una nuova idea di società.
giugno 26, 2015
Accoglienza o emergenza.
L'accoglienza è l'atto di ricevere con un adeguata predisposizione d'animo qualcosa o qualcuno. Dal momento stesso in cui noi decidiamo di ricevere a casa nostra una persona, che sia un parente o un amico o qualcuno al quale vogliamo tendere una mano, vuol dire che siamo benevolmente predisposti nei suoi confronti e quindi pronti all'accoglienza. Nessuno si sognerebbe mai di aprire le porte di casa propria a una persona che non vede di buon occhio, della quale non si fida o si fida poco, o almeno lo farebbe con una predisposizione d'animo diversa, più guardinga e meno portata all'accoglienza vera e propria. Accogliere quindi, vuol dire accettare l'altro benevolmente, farlo sentire a suo agio, così è compito di chi accoglie rendere il soggiorno della persona che ospita, breve o lungo che sia, il più gradevole possibile, in base alle proprie possibilità, ai propri mezzi. Da parte della persona ospitata, ci deve essere una sorta di rispetto del luogo in cui si trova, delle abitudini e usanze della persona che ospita, senza voler imporre le proprie in virtù dell'accoglienza accordatali. Ospitare qualcuno quindi, non deve stravolgerci la vita o metterci in condizioni di non poter adempiere alle nostre funzioni quotidiane, impedirci di eseguire il nostro lavoro, a meno che non siamo noi stessi a voler fare, non come obbligo ma come scelta. Quando l'accoglienza è una necessità, un caso straordinario, non è più accoglienza ma diventa emergenza, ed è quindi compito di tutti, nei limiti delle proprie possibilità, prendersi carico di fronteggiare tale situazione, senza che nessuno possa esimersi. Un emergenza non è quindi qualcosa di voluto, cercato, non implica una scelta proprio perchè è un emergenza. Troppo spesso le parole vengono utilizzate a sproposito, così da cambiare il senso delle cose, stravolgere completamente i fatti, a favore o sfavore a seconda della convenienza, ma i fatti non possono essere stravolti, ed in qualsiasi maniera vogliate chiamarla, un emergenza resterà sempre un emergenza.
giugno 23, 2015
L'individuo e il gruppo
Fin dalla nascita,l'individuo appartiene ad un gruppo che è la famiglia. In seguito egli continuerà,qualcuno di più qualcuno meno,a far parte di gruppi, ad agire all'interno di essi, a modellare il proprio comportamento su quella base, sia che si tratti della scuola, di un gruppo di lavoro o sportivo o altro. La parola gruppo, deriva da groppo o nodo,e indica un insieme formato da diversi individui, ma non si deve confondere il gruppo con una semplice riunione di persone che si troverebbero solo in una situazione collettiva. Il gruppo è caratterizzato da una struttura in cui esiste una interazione permanente, del tipo stimolo di risposta tra i vari componenti, che fa si che il gruppo si distingua da una semplice enumerazione statica. Una somma di individui quindi,che costituisce un entità che permette di spiegare i comportamenti propri del gruppo stesso. Un gruppo formato da un numero non eccessivo di membri, permetterà migliori scambi interindividuali, il perseguimento comune degli stessi fini,che corrisponde agli interessi di ciascuno riguardo ai valori in cui crede. Un clima affettivo nato dalle relazioni interindividuali si rifletterà positivamente sulle capacità di apprendimento e sul rendimento del gruppo. Anche lo svolgimento del compito di ognuno è un fattore di coesione, perchè il mantenimento dell'equilibrio dipende dalla sua distribuzione, così non si verificheranno tensioni o rivalità. Un numero maggiore di membri, non favorirà la comunicazione diretta tra loro, i rapporti interpersonali saranno più formali e freddi e ciò favorirà la formazione,all'interno del gruppo stesso, di gruppi più piccoli, proprio per l'esigenza di relazionarsi. Se ci sono delle competizioni all'interno del gruppo, renderà meno facile il lavoro o il compito, al contrario la competizione tra gruppi diversi, può rafforzare la coesione e il sentimento di appartenenza. Le caratteristiche individuali possono anche influenzare un integrazione efficace, nella misura in cui l'individuo, a causa della sua educazione o del suo temperamento, incontri maggiori o minori difficoltà a stare o lavorare con gli altri, un gruppo infatti esige una certa tolleranza e cooperazione. Si può quindi parlare di gruppo quando ci sono determinate caratteristiche. La simpatia reciproca è all'origine dalla coesione, la motivazione e la distribuzione dei compiti in maniera equa, le comunicazioni e la soddisfazione personale che saranno maggiori se il gruppo non è competitivo tra i vari componenti del gruppo stesso, ma ciò che sta alla base di quello che si definisce gruppo, è l'interazione, la partecipazione permanete e non una semplice riunione di individui.
Un discorso a parte potremo farlo per i più giovani, per i ragazzi ancora in fase di formazione. La maggior parte dei ragazzi, trova la maniera di associarsi in un gruppo, che sia formato da compagni di scuola o amici di quartiere non fa molta differenza per loro ed è più facile trovare motivo di aggregazione. Ci sono però diversi modi di fare gruppo e questo spesso dipende da quanto il ragazzo sia capace di avere una propria identità, diversa da quella degli altri. Ci sono dei ragazzi che non sono in grado di essere "sè" e finiscono per avere lo stesso modo di vestire,che non è solo un fatto di moda, parlare, uniformarsi persino nelle idee, in una sorta di omologazione. La propensione a stare su questa posizione di imitazione reciproca, con l'illusione di essere qualcuno essendo l'altro per un assurdo gioco di specchi, non favoriscono un identità personale. C'è però una differenza fondamentale tra i ragazzi che questi bisogni li vivono, poi li elaborano e vengono trasformati e quei ragazzi che non riescono ad elaborarli ma continuamente li subiscono. Alla radice di questo, ci sono difese e corazze stabilizzate che servono ad evitare la relazione con qualcosa di veramente diverso da sè, che spesso incute timore. Le grandi amicizie dell'adolescenza, spesso tendono a finire con l'età adulta, proprio perchè molte sono relazioni in cui si idealizzano gli amici, invece di essere un ponte verso l'individualizzazione di sè, importante per formare una propria personalità, perchè una volta coscienti della proria identità potremo davvero vedere nell'altro noi stessi, non per imitarlo, ma per poterlo capire. Vedendo nell'altro un essere umano che potremmo essere noi, potremo quasi sentire ciò che prova, ed i nostri atteggiamenti nei suoi confronti saranno diversi. Allora e solo allora sapremo come comportarci e saremo pronti a far parte di un gruppo che lo sia per davvero, pur rimanendo noi stessi.
Un discorso a parte potremo farlo per i più giovani, per i ragazzi ancora in fase di formazione. La maggior parte dei ragazzi, trova la maniera di associarsi in un gruppo, che sia formato da compagni di scuola o amici di quartiere non fa molta differenza per loro ed è più facile trovare motivo di aggregazione. Ci sono però diversi modi di fare gruppo e questo spesso dipende da quanto il ragazzo sia capace di avere una propria identità, diversa da quella degli altri. Ci sono dei ragazzi che non sono in grado di essere "sè" e finiscono per avere lo stesso modo di vestire,che non è solo un fatto di moda, parlare, uniformarsi persino nelle idee, in una sorta di omologazione. La propensione a stare su questa posizione di imitazione reciproca, con l'illusione di essere qualcuno essendo l'altro per un assurdo gioco di specchi, non favoriscono un identità personale. C'è però una differenza fondamentale tra i ragazzi che questi bisogni li vivono, poi li elaborano e vengono trasformati e quei ragazzi che non riescono ad elaborarli ma continuamente li subiscono. Alla radice di questo, ci sono difese e corazze stabilizzate che servono ad evitare la relazione con qualcosa di veramente diverso da sè, che spesso incute timore. Le grandi amicizie dell'adolescenza, spesso tendono a finire con l'età adulta, proprio perchè molte sono relazioni in cui si idealizzano gli amici, invece di essere un ponte verso l'individualizzazione di sè, importante per formare una propria personalità, perchè una volta coscienti della proria identità potremo davvero vedere nell'altro noi stessi, non per imitarlo, ma per poterlo capire. Vedendo nell'altro un essere umano che potremmo essere noi, potremo quasi sentire ciò che prova, ed i nostri atteggiamenti nei suoi confronti saranno diversi. Allora e solo allora sapremo come comportarci e saremo pronti a far parte di un gruppo che lo sia per davvero, pur rimanendo noi stessi.
giugno 09, 2015
Silenzio...ascolta
La società, prova sempre un certo disagio di fronte a un soggetto chiuso, lo giudica male. Lo può trovare superbo oppure bizzarro, facendosi un'idea sbagliata. E' il linguaggio che permette il contatto, se è turbato, le relazioni lo sono altrettanto. Quando si parla, non vi sono solo le parole, vi è la voce, il tono, insomma un calore che si comunica all'altro. Tuttavia il silenzio non è una colpa, eccetto i casi in cui parlare è un dovere. Si può tacere per tanti motivi, perchè si è preoccupati, anche se vi è gente che invece si lamenta delle proprie cose, ma c'è chi non lo fa. Forse questa è semplicemente a causa di un modo di pensare o di agire, potremo chiamarla riservatezza. Anche le persone d'azione parlano poco, ma la riflessione conduce allo stesso risultato, se riflettono troppo, diventano pensierose, si isolano, un'altra forma di silenzio. I silenzi comunque, fanno parte anche di un evoluzione interiore, ci si stacca dagli altri per arricchirsi interiormente, per farne ritorno non appena abbiamo capito meglio ciò che si prova. Il silenzio può essere una forma di sensibilità, è l'emotività che inibisce e ci rende silenziosi. Quello che sento, lo sento interiormente, senza potermi esprimere o esteriorizzarlo. La timidezza, il timore di non essere compresi o mal interpretati, perchè l'incomprensione non ci lascia indifferenti, così che si reagisce in maniere diverse, una è il silenzio, privandosi del bisogno di voler parlare con gli altri, confinandosi in un modo di vivere che procura l'antipatia di coloro che non capiscono le motivazioni di quel silenzio. Un contatto anche modesto, certe volte, basta a prepararne altri, più vasti. Durante un colloquio, basta una parola perchè la situazione si distenda e si stabilisca una corrente, ma basta pure una parola perchè ci si ritrovi lontani l'uno dall'altro. A volte basta fare un gesto amichevole, ma sopratutto, mostrare la disponibilità attraverso la quale si possa avvertire di essere capiti. Se abbiamo fiducia ci si apre, perchè il silenzio dipende dall' atteggiamento e dalle intenzioni dell'altro. Molti parlano solo per parlare, a troppi piace sentire solo il suono della propria voce, qualche volta bisogna stare in silenzio per ascoltare e non solo udire, che non è la stessa cosa.
Silenzio...
adesso stai ad ascoltare
quello che ho nel cuore
poi se vuoi potrai parlare.
Silenzio.
Non voglio urlare e
nemmeno bisbigliare,
che non sia solo un suono
da poter ignorare.
Silenzio...
quello che ho da dire
dovevi già saperlo,
non hai mai ascoltato,
per quello l'hai ignorato.
Silenzio...ascolta.
Se adesso ti è arrivato,
è perchè hai ascoltato.
Silenzio...
adesso stai ad ascoltare
quello che ho nel cuore
poi se vuoi potrai parlare.
Silenzio.
Non voglio urlare e
nemmeno bisbigliare,
che non sia solo un suono
da poter ignorare.
Silenzio...
quello che ho da dire
dovevi già saperlo,
non hai mai ascoltato,
per quello l'hai ignorato.
Silenzio...ascolta.
Se adesso ti è arrivato,
è perchè hai ascoltato.
giugno 08, 2015
Madre natura
In questi tempi il ritorno alle cure ed alla alimentazione naturale è una reazione istintiva della società di fronte ai guasti della civiltà consumistica, guasti che lo stesso essere umano, con la sua cupidigia, ha provocato. Oggi, tutti noi conosciamo le conseguenze del falso mito del superuomo che piega le forze della natura per affermare la propria superiorità. La natura non può essere piegata, la natura va rispettata, altrimenti si ribellerà sempre, a scapito dell'intera umanità. La realtà contemporanea è un esplosione degli sprechi, dei consumi e della distruzione ecologica, e non ci vengano a dire che queste brutture non hanno alternative. Produrre prodotti naturali, pregiati, si salverebbe l'ambiente e la nostra salute. Sembra che si faccia strada il concetto di intervento globale a difesa della società in cui viviamo e del nostro habitat insidiato dall'inquinamento e dai tanti danni dell'inciviltà consumistica, ma ognuno di noi può fare qualcosa. Non è certamente nella nostra possibilità operare questo mutamento profondo, ma è compito dell'uomo di cultura, nei limiti delle sue umane possibilità operative, introdurre un concetto, un modo di essere, dimostrando di non far parte di quel cardine dell'ingranaggio autodistruttivo che è la mercificazione. Ciascuno di noi può fare delle scelte in ogni momento della giornata, per l'alimentazione, l'igiene personale, per quella della casa o del posto di lavoro, respingendo, per quello che ci è possibile, ogni cosa offenda la natura e ogni essere vivente. L'uomo non attende altro che di essere guidato in una direzione di salvezza, di ritornare con amore e con energia alla buona terra, alla natura, con un atteggiamento più attento, umile, ma certamente più produttivo e maturo. Ritornare quindi ad un ideale umanistico non più mercificato, senza più strumentalizzare la scienza del profitto a svantaggio di un bene più assoluto che è il bene per l'uomo, il rispetto di ogni essere vivente e della natura.
" Sono pochi ora, ma la speranza è che divengano molti,
affinchè l'uomo possa sentirsi protagonista della propria vita
in armonia con la natura madre e di lui stesso parte essenziale...
perchè possa sentire ancora il profumo della primavera.
il canto degli uccelli, la fragranza del mare, l'odore della buona terra "
A.Cecchini
" Sono pochi ora, ma la speranza è che divengano molti,
affinchè l'uomo possa sentirsi protagonista della propria vita
in armonia con la natura madre e di lui stesso parte essenziale...
perchè possa sentire ancora il profumo della primavera.
il canto degli uccelli, la fragranza del mare, l'odore della buona terra "
A.Cecchini
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